Assonautica    
   
di Gianni Darai  
  22-05-2009
Silis sul Sile

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Un fiume di risorgiva e cioè uno strano fiume dal regime regolare, così privo come è di affluenti torrentizi, in cui le sorgenti non si trovano in montagna, come tutti gli altri, bensì nasce in pianura dove le sue acque sbucano direttamente dal sottosuolo nell’incontro che le falde freatiche sotterranee (gli acquiferi) hanno con degli strati impermeabili che fanno da tappo e le costringono a risalire in superficie.

Così nel Veneto a Casacorba, con tutta una serie di fontanazzi, sgorga ed ha inizio il fiume Sile, mentre poco più avanti, a Quinto di Treviso, comincia ad essere navigabile da canoe e “saltafossi”. Un percorso di circa 84 chilometri lo porta quindi fino alla sua foce artificiale, costretto dalla Serenissima Republica nel 1684 a confluire nel letto della Piave che sbocca tra Jesolo e la penisola del Cavallino per diminuire gli interramenti e le “male arie”(la malaria) della laguna Nord. Il fiume così è praticamente, potendo contare su un flusso costante come sopraddetto, tutto navigabile sin dalla bella cittadina di Treviso fino alla foce.

Per scoprire la bellezza e la sua unicità ci siamo quindi imbarcati su uno scafo in ferro il Silis, fatto costruire appositamente dalla famiglia Stefanato; una antica famiglia di burceri (barcaioli) che da sempre hanno navigato su queste acque, dapprima per il trasporto delle merci (legnami, granaglie, laterizi, derrate alimentari) ed oggi con finalità prettamente turistiche; a Casale sul Sile dove hanno ancor oggi la loro base operativa.

La navigazione non può che essere lenta, a 8 km/h come è previsto dalla stessa normativa che vige nel costituito Parco del Sile (anzi sono pure previsti orari differenziati per la risalita e per la discesa), ed inizia facendoci gustare la caratteristica delle sue rive, poco rilevate rispetto alle acque, consentendoci così di vedere i prati, la vegetazione, le ville venete con i loro approdi, i boschi ed i villaggi con i loro campanili, che in successione scorrono sotto i nostri occhi.

Nel tratto iniziale, compreso tra Casale e Cendon, insistono in particolare numerose ville, come è avvenuto sul Naviglio della Brenta, retaggio dello splendore della Dominante che con i suoi Nobilhomeni e le sue istituzioni costruì in terraferma, tra il ‘500 ed il ‘600, i suoi “casini” estivi, quasi sempre come dimore di villeggiatura. Risalendo a dritta troveremo infatti il palazzo del NH Manolesso, in successione a sin.quello delle monache di S.Cattarina di Mazzorbo (centro di raccolta dei prodotti agricoli dei loro vasti possedimenti) e del NH Toffetti, con la presenza sui camini di diversi nidi abitati di cicogne, poi ancora a destra villa Riva, oggi proprietà di Red Canzian dei Pooh, seguito dai palazzi dei NH Bembo e Pisani, a sin. palazzo Barbaro-Gabbianelli, celebre perché dono di matrimonio da Caterina Cornaro, ex regina di Cipro, a Fiammetta sua damigella, a destra Fanio, oggi Cervellin.

Prima di villa Gabbianelli, sempre alla sinistra, troviamo la Fornace Caberlotto che nel 1902 ha contribuito, con un milione e mezzo di mattoni, alla ricostruzione del campanile di San Marco e la fornace Bertoli ancora in funzione, specializzata per la costruzione di mattoni fatti a mano. Ai bordi del fiume in diversi punti, dove la vegetazione arbustiva non ha ancora preso il sopravvento, si notano i tracciati delle “restere”, le alzaie sull’argine dove i cavalli, i buoi, e spesso anche gli uomini, trascinavano a mezzo funi metalliche, il cosidetto attiraglio, in risalita, i pesanti barconi da trasporto che, in discesa, sfruttavano le correnti e spesso alzavano una o due vele.

Continuando la navigazione troviamo in successione alcuni cantieri: Studioplast, VZ e a Lughignano, su uno slargo conseguende ad una rettifica del corso per l’escavo di ghiaia, la Nautica Biondi per poi, dopo il paese di Cendon, nel quale si trova un comodo approdo, Casier a sinistra e poi a destra il porto di Silea. Tra i due, nell’allargamento del fiume dovuto all’ intensa nel ‘900 opera dei cavatori di ghiaia, c’è il fantomatico “cimitero dei burci”.

Lungo le rive, arenati in mezzo ai canneti, scorgiamo decine e decine di scheletri, più o meno marcescenti, di questi colossali, per l’epoca, imbarcazioni che garantivano i trasporti dei materiali poveri ed ingombranti lungo tutta l’asta del fiume e poi giù sino a Venezia.

Ed ecco che improvvisamente davanti a noi appare una costruzione che sembra bloccare il corso del fiume, è la centrale idroelettrica di Silea alla cui dritta si apre la conca di navigazione che ci consentirà di superare il salto d’acqua conseguente.

Un dislivello di circa 5 metri metri ed il Silis si infila come in un guanto (restano pochi centimetri per parte) nella chiusa, mentre il nostro comandante, azionando un marchingegno idraulico, fa abbassare tutta la sovrastruttura in previsione di un basso ponte che troveremo poco più avanti. Il superamento della conca è particolarmente spettacolare per i due violenti getti d’acqua che si frangono contro la nostra prua, sbucando dalla porta a monte, per consentire il rapido riempimento della vasca e farci quindi risalire fino al livello superiore.

Raggiunta la quota prevista si apre quindi il portale e si riprende il nostro fatale andare. Prima di entrare nella Treviso vera e propria, in località Fiera, passiamo davanti a delle grandi costruzioni, ex mulini e silos (il Mulino Mandelli è stato il primo impianto industriale della zona) che si trovavano alla confluenza con il Melma e lo Storga (affluenti di sinistra).

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Costeggiamo quindi una bella passeggiata con panchine ed alberature, passiamo davanti alla storica sede della Canottieri Sile fino ad arrivare ad una stretta curva: è il”volto del manganel” dove esiste un cippo in marmo piantato sulla riva, tutto solcato da profonde striature causate dalle cime che venivano utilizzate per fare girare i barconi in questo stretto spazio senza ostacolare l’incedere delle bestie da tiro. Anche noi qui ci fermiamo e ritorniamo sui nostri passi, cominciando a ridiscendere il fiume.

E’ quasi un ripasso di quanto abbiamo già ammirato in andata e vogliamo qui ricordare, in particolare, l’innumerevole fauna incontrata, oltre alle cicogne, i germani reali, le folaghe, gli svassi, i tarabusi, gli aironi, le garzette, le gallinelle d’acqua ed i maestosi cigni, una varietà impressionante di uccelli acquatici.

Le acque poi sono di una limpidezza incredibile rendendo visibile le varie tipologie di vegetazione subacquea come la vallisneria e la lemna (lenticchia d’acqua). I boschi ripariali sono abbastanza radi con la presenza di ontani, quercie, salici, frassini, carpini mentre più a valle si incontrano ordinate e fitte file di pioppi. Durante la navigazione incontriamo soltanto un paio di houseboat ed un pescatore con il suo cofano (barchetta tipica locale).

Arrivati a Casale, la base di partenza, proseguiamo scoprendo sulla dritta, in un’ansa, una curiosa e originale gru con due grosse sfere contrapposte che sfrutta lo spostamento dell’acqua nel suo interno per sollevare pesi in assenza di energia elettrica o meccanica.

Transitiamo quindi davanti a Musestre con di fronte Quarto d’Altino (la ex S.Michele) poi a dritta troviamo Cà delle Anfore, una villa-fattoria trasformata in ristorante con approdo, mentre poco più avanti, in località Altino, si trova Trepalade, oggi oasi naturalistica, dove inizia il canale Sioncello che sfocia in Laguna con una vecchia conca non più in funzione. Anche qui “ da Cesaro ”, una nota rustica trattoria di campagna, mentre il nome della località si fa risalire alle tre palizzate (due sul fiume, una a monte, una a valle e una sul canale) che stoppavano la navigazione consentendo così il pagamento del dazio per le merci che transitavano per il Dogado.

Ancora poca strada e si arriva a Portegrandi dove troviamo una più moderna conca di navigazione funzionante e che mette attualmente in collegamento il fiume con la Laguna di Venezia tramite il canale Silone che sbocca praticamente a Torcello e a Burano col canale dei Borgognoni. Il fiume però continua nel canale artificiale, “il drizzagno”, che lo porta a Caposile immettendolo, come detto inzialmente, nel corso della Piave Vecchia che lo porterà a sfociare nell’Adriatico, tra Punta Sabbioni e Jesolo, l’ex Cava Zuccherina.

 Foto della Salita

 Foto della Discesa

 


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